Intorno al Decreto Governativo sulla sicurezza nei posti di lavoro
si è scatenata la polemica,
intanto l’Unione Europea chiama l’Italia sul banco degli imputati.
Sicurezza & Lavoro , dramma sempre aperto
Tra le piccole e innocue manie che sono proprie di chi vi scrive c’è quella che, prima di addormentarsi, deve provvedere alla lettura, sul televideo, delle ultimissime notizie del giorno. E’ quanto accaduto anche la sera di martedì 4 marzo. Quattro titoli, sullo stesso argomento, tra loro sconcertanti e apparentemente contraddittori, hanno comunque destato immediatamente una particolare attenzione. Il primo annunciava la morte del quinto operaio della Truck Center di Molfetta, specializzata in lavaggio di cisterne. Il secondo titolo informava che, il giovedì successivo, il Consiglio dei Ministri avrebbe adottato il decreto attuativo della legge sulla sicurezza nei posti di lavoro. Il provvedimento, come poi in realtà è avvenuto, avrebbe contenuto, una serie di misure, piuttosto rigide, verso le imprese che non avessero rispettato le normative previste, non solo con corpose ammende pecuniarie o con la chiusura delle fabbriche o dei cantieri, ma si sarebbe potuti arrivare anche all’arresto fino a due anni per i datori di lavoro. Terzo titolo: la Confindustria, per bocca del suo presidente, Luca di Montezemolo, e del suo direttore generale, Maurizio Beretta, contestavano il decreto del Governo perché inseriva “troppe sanzioni alle imprese”. Quarto e ultimo titolo: a Imperia e Bergamo muoiono, nella stessa giornata, altri due operai, uno travolto da un muro e uno asfissiato. Qualche giorno dopo, su tutta la stampa e nei telegiornali, altro annuncio funebre: un operaio di 39 anni, Fabrizio Canonero, muore nel porto di Genova, a Calata Sanità, al terminal Sech, cadendo da una nave dove stava lavorando. Tragica ironia della sorte il giovane “camallo” (i camalli sono i portuali della Culmv, la Compagnia unica degli operatori dello scalo genovese) è morto come suo padre che, purtroppo, perse la vita per un incidente avvenuto sulle banchine dello stesso scalo marittimo. Ma, disgraziatamente, non c’è bisogno di dover risalire al caso del genitore di Fabrizio per registrare simili tragedie. L’ultima sciagura non rappresenta un evento isolato. Canonero è, infatti, il terzo lavoratore portuale che muore nello scalo genovese negli ultimi sei mesi. E, ancora, come non ricordare il dramma recentissimo della ThyssenKrupp di Torino? Anche in quel caso altri morti innocenti e, certamente, non si può fare appello alla casualità, se è vero com’è vero, che nello stesso complesso industriale, circa quattro anni fa, si era verificato un grosso incendio, quando aveva preso fuoco una vasca d’olio e le fiamme erano state domate solo dopo alcuni giorni. Ecco, di fronte a tutto questo come si fa ad alzare un piagnisteo tanto assurdo, sostenendo che le nuove norme proporrebbero una sorta d’inasprimento ingiustificato? Non sono forse sufficienti le cifre che parlano di 1380 morti l’anno, come media riferita al periodo 2003 – 2005? Questa triste elencazione ci segnala, inoltre, che due terzi delle persone che lasciano la vita sul posto di lavoro, lo devono a cadute dall’alto nei cantieri dell’edilizia. Una fonte INAIL, poi, ci offre altri dati incredibili che dovrebbero sollecitare tutti noi ad altre approfondite riflessioni, ecco le cifre nella loro espressiva freddezza: gli incidenti nel corso di 365 giorni arrivano mediamente ad oltre 950.000, determinando circa 27.000 casi d’invalidità permanente. Se così è, non è davvero un caso che nei giorni scorsi, a Strasburgo, presso la Prima sezione della Corte di giustizia della Comunità europea si sia tenuta un’udienza relativa alla sicurezza dei cantieri mobili in Italia? Per essere chiari fino in fondo, a chiamare il nostro Paese sul “banco degli imputati” è stata la stessa Unione Europea, avendo ritenuto che l’Italia non abbia recepito correttamente nei suoi codici, l’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 92/57/CEE del Consiglio del 24 giugno 1992, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili (“Il committente o il responsabile dei lavori designa uno o più coordinatori in materia di sicurezza e di salute... per un cantiere in cui sono presenti più imprese”). Allora, perché deve essere considerato tanto strano o esagerato richiedere con forza il rispetto di tali normative? Allo stato attuale degli iter procedurali, il decreto attuativo del Governo potrà ricevere ancora delle modifiche, in considerazione del fatto che, entro maggio, dovrà transitare attraverso due passaggi fondamentali: le commissioni parlamentari competenti e la conferenza Stato Regioni. E’ auspicabile che in quelle sedi si possano assumere altri suggerimenti, ma, in ogni caso, siamo convinti, non si debba determinare alcun abbassamento di tensione, né tanto meno si debba accedere ad irrisori compromessi. Due questioni, siamo convinti, sia necessario ribadire, rischiando anche di diventare stucchevoli e banali: la prima attiene al significato che bisogna riconoscere alla vita umana, rispetto alla quale non può e non deve poter esistere alcun tipo di mediazione. Non c’è nessun aumento di produttività o, ancor peggio, alcun raggiungimento di utile che possa mettere in gioco il rispetto di un essere umano. Tutto ciò deve entrare in maniera radicata non solo nei sistemi organizzativi della nostra società, ma deve poter diventare un elemento culturale proprio di tutta la nostra comunità. Fino a quando la rapidità di una consegna o il maggior numero di pezzi da costruire risulta più importante del costo di una vita, la vera battaglia della sicurezza non potrà mai essere vinta; il secondo tema riguarda la necessità di smentire quanti, alla difesa dei valori appena ricordati, vogliano attribuire una inesistente concezione operaistica, egualitaristica e anticapitalistica o, ancor peggio, anti-imprenditoriale. L’impresa è e rimane un elemento essenziale dentro una società moderna. Non si comprendono pertanto certe prese di posizione di Confindustria, la quale sembra quasi voler riproporre antichi steccati ottocenteschi. Fortunatamente ci troviamo oramai in una società che si organizza nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno dei suoi membri, indipendentemente dal ruolo che rappresenta. Non è soprattutto nella cultura di chi propone queste riflessioni predicare o sollecitare una sorta di scontro di classe o di lotta verso quello che una volta veniva chiamato in senso dispregiativo “il padronato”. Quei tempi sono passati e, laddove dovessero ancora permanere, per responsabilità di una parte o dell’altra, bisognerà attivare tutti i normali processi di modernizzazione culturale necessari. Il tema, in realtà, si configura in termini molto più semplici, e cioè mettere in azione tutte quelle procedure e quei metodi che rappresentino una forte tutela della persona. Tutto qui…nessuna lotta di classe! Si sostiene, al contrario, da parte dell’organizzazione rappresentativa degli industriali che questo decreto ha puntato solo a penalizzare l’impresa e che non si comprende, per intanto, la necessità d’immettere sanzioni, peraltro così drastiche, quando, invece, sarebbe stato molto più importante pensare alla prevenzione e agli strumenti per renderla realmente utile. Potremmo dire che le risposte alle osservazioni di Confindustria risultano molto semplici. Per quanto riguarda la validità e l’opportunità della pena vorremo farci aiutare da qualcuno che se ne intendeva: Cesare Beccaria, già nel 1764, nel suo “Dei delitti e delle Pene”, discettava sul fatto che una legge senza una sua opportuna sanzione perde la possibilità che questa venga rispettata. Troppo ovvio? Bene, allora, sarebbe solo sufficiente prenderne atto! La seconda considerazione, indicata dai rappresentanti di via dell’Astronomia merita, invece, tutta l’attenzione possibile e l’approfondimento necessario: bisogna fare prevenzione e spendere, in questo settore, molto di più in termini di finanziamenti, di mezzi e di uomini! Sollecitazione giustissima che non deve essere minimamente sottovalutata, che anzi rappresenta uno dei nodi essenziali del tema in discussione. Anche qui, tuttavia, viene da domandarsi: ma, per quale oscuro motivo le sanzioni entrerebbero in conflitto con la prevenzione? Perché una cosa dovrebbe escludere l’altra? I due aspetti, contrariamente a quello che si vuol raffigurare, non sono affatto in contrasto tra loro ma, anzi, al contrario di quello che si vuole configurare, rappresentano un sistema binario dove poter far marciare lo stesso treno? Insomma, quando si parla di prevenzione, cosa si vuol sostenere che serve più personale a disposizione, rispetto all’attuale forza numerica messa insieme dal personale INAIL, INPS, Ministero del Lavoro, Carabinieri ed Asl? Cosa si vuol sostenere che necessitano più mezzi d’opera, dalle auto di servizio ai computers? Cosa si vuol sostenere che sarebbe estremamente utile realizzare un centro unico di coordinamento, in modo tale che non si verifichi la situazione assurda di un’azienda che viene controllata più volte, rispetto ad un’altra che viene completamente dimenticata? Cosa si vuole sostenere che sarebbe bene riconoscere delle premialità di vario tipo a favore di quelle imprese che sono meglio attrezzate verso la sicurezza? Cosa si vuole sostenere che sarà necessario stanziare dei finanziamenti per sostenere quelle strutture che volessero accedere a tutte le procedure esistenti sulla sicurezza? Cosa si vuol sostenere di aumentare i controlli e le sanzioni verso “il lavoro nero” e verso una sorta di subappalti impropri e sotto remunerati? Cosa si vuol sostenere che nel meccanismo della sicurezza devono essere coinvolti, con responsabilità e sanzioni, anche gli stessi lavoratori? Se quanto appena sinteticamente ricordato rappresenta ciò che sarebbe giusto mettere in campo per aumentare o arricchire ex novo i meccanismi della prevenzione, viene da chiederci, ma chi sono coloro che possono avere il coraggio morale per manifestare il proprio disaccordo rispetto a tutto ciò? Allora, anziché sollevare contrasti infondati sarebbe bene che tutti insieme, uniti, Rappresentanze dell’Impresa e Organizzazioni Sindacali, costituissero un fronte unico per una battaglia comune. In questo contesto desideriamo sottolineare un elemento che non ci è assolutamente piaciuto ed è stato quello evidenziato da alcune forze politiche, le quali, rispetto a tutta la vicenda che stiamo affrontando, invece di discuterne in maniera rispondente al solo interesse della tutela della sicurezza, hanno creduto bene di riportare l’argomento nell’ambito esclusivo della mera polemica elettorale. Vogliamo augurarci che, trascorso il 13 e 14 aprile, intorno ad una vicenda tanto rilevante possa esclusivamente prevalere l’interesse di come meglio difendere e tutelare tante vite umane.
F.M.
